Pagine Tematiche

Alle mura chi non balla!

La passione per il ballo era diffusa nella Svizzera italiana già nei secoli passati

Alle mura chi non balla!

La passione per il ballo era diffusa nella Svizzera italiana già nei secoli passati, come apprendiamo dalle fonti storiche riportate nella voce ball del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana. Le brevi note che forniscono lo spunto per questa Zolla, riferite ai primi decenni del Novecento, sono tratte da interviste ad anziani del Malcantone, fra i quali i patiti del ballo si sono rivelati più numerosi di quanto non mi sarei immaginato. Diceva infatti una mia informatrice novantenne di Miglieglia: Ío, a séve ur campión du ball. A gh r'am in du sangh, oh, ero il campione del ballo. L'abbiamo nel sangue. Si ballava appena lo permetteva qualche occasione festosa, come per esempio le feste delle confraternite che si tenevano in gennaio nell'alto Malcantone, prima della partenza degli uomini, assenti per l'emigrazione da marzo a dicembre. La sede del ballo era la stessa in cui, in apertura di serata, si dava una commedia recitata in italiano da una delle molte filodrammatiche di paese: una piccola sala dotata perfino di palco o, nei peggiori dei casi, un'éra, cioè un vasto locale al piano inferiore del fienile, adibito di solito a rimessa per carri, attrezzi agricoli e strame.

Fra le testimonianze raccolte, scegliamo uno stralcio di conversazione tra Domenico, Clara e Teresita Boschetti, registrato a Vezio nel 1980.

Domenico: Quan ch'i balava, alóra o s crompava i biglitt. E i è di bigliétt róss, i vénd dés ghèi l'ün. E dòpo i fava… i comenzava sto ball: “per biglietti”. Avanti, dòpo s balava. Quan ch'a l'è ch'è finíd “per biglietti”, di vólt dü tri, dòpo i n fava vün gratis: “per tutti”. Dòpo i fava sti riservád, e, comè che s dis, sti… ma chi i fava pö ammò prima da mí, nèe.

Clara: Aa sí, i pagava cinch franch, magari dés vint, segund chi che i éva. I “riservati” l'éva: “per uno e nessun sorte”; e ness®n i dovéva balá, i è domá qui dü lí che balava.

Teresita: Mí a m regórdi ammò che… parchè i l fava ammò quand è che mí a séva na toséta, ch'i balava a quèla manéra lí ch'o dis ra mè mam. E dòpo, quand è che l'è che l'éva finíd ora sonada, i dis: “alle mürra!” E vía, i s setava gi® tücc in sui banchétt. Comè che l'è quèla lí?

Clara: ?e,“per uno e nessun sorte”.

Teresita: Aa sí, “per uno e nessun sorte”, ma mí… quèla lí… i l fava giá pi® quand è ch'andava mí.

Clara: I diséva: “un fulmine, una saetta”.

Teresita: E l'éva domá dü che balava, e i fava pagá…

Domenico: Ma i vardava chi che podéva daghen püssée. I fava cóme üso a trá a r'incant.

Teresita: Par balá domá in dü.

Domenico: L'è che se, è è, vün l'éva a cürt de monéda, begnava ná “alle mura” sénza voréll!

Clara: E i dònn con s® chi cotín d'ona vólta, con chi cotin®n ch'i tirava dré: i fava girá, o ndava cotín dapartütt!

 

Domenico: Quando ballavano, allora si compravano i biglietti. E erano dei biglietti rossi, li vendevano a 10 centesimi l'uno. E dopo facevano… cominciavano questo ballo: “per biglietti”. Avanti, dopo si ballava. Quando era finito “per biglietti”, certe volte due o tre, dopo ne facevano uno gratis: “per tutti”. Dopo facevano questi “riservati”, e, come si dice, questi… ma quelli li facevano poi ancora prima di me, neh.

Clara: Ah sì, pagavano 5 franchi, magari 10-20, secondo chi erano. I “riservati” erano: “per uno e nessun sorte”; e nessuno doveva ballare, erano solo quei due lì che ballavano.

Teresita: Io mi ricordo ancora che… perché lo facevano ancora quando io ero una ragazzetta, che ballavano in quella maniera lì, come dice la mia mamma. E dopo, quando era finita la suonata, dicevano: “alle mura!”
E via, si sedevano tutti sulle panchine. Come è quella lì?

Clara: Eh, “per uno e nessun sorte”.

Teresita: Ah sì, “per uno e nessun sorte”, ma io… quella lì… non lo facevano già più quando andavo io.

Clara: Dicevano: “un fulmine, una saetta”.

Teresita: E erano solo due che ballavano, e facevano pagare…

Domenico: Ma guardavano chi poteva dargliene di più. Facevano press'a poco come mettere all'incanto.

Teresita: Per ballare solo in due.

Domenico: ¬ che se, eh eh, uno era a corto di moneta, bisognava andare “alle mura” senza volerlo!

Clara: E le donne con quelle sottane d'una volta, con quei sottanoni che tiravano dietro: le facevano girare, andavano sottane dappertutto!

Dalla testimonianza veniamo a sapere che per ogni ballo occorreva acquistare un biglietto del prezzo di dieci centesimi. E ciò, sia per aumentare gli incassi della serata, sia per dare a tutti la possibilità di ballare, date le dimensioni ristrette dei locali e, a volte, l'instabilità dei pavimenti. Per ovviare alla ristrettezza della sala, a Scudellate, in Valle di Muggio, i ballerini erano divisi in due gruppetti, uno con nastrino nero al braccio e l'altro con nastrino bianco, che ballavano alternativamente.

Ma, per tornare a Vezio, ai balli a pagamento si intercalava di tanto in tanto un ballo gratuito “per tutti”. C'erano poi i balli destinati a chi poteva sborsare qualcosa in più, pur di garantirsi il privilegio di accaparrarsi il ballo per una o poche coppie. Erano i “riservati” o “balli privati”, le cui quote variavano a seconda del tipo di ballo scelto e delle esigenze dei responsabili della festa.

Ascoltiamo in proposito una testimonianza del 1979 di Egidio Corti di Aranno, che ricorda fra l'altro che c'era addirittura chi, esaurite le scarse risorse pecuniarie, pagava i “riservati” in natura.

 

Alóra i éve in vòga qui riservád lí e qui ròpp lí. I riservád i éve di cartunitt, ch'i fave sgi® i nümer, dal vün fin al dés. E dòpo gh’éve dént or fülmin, ora saéta, r'areoplano e r'esprèss, èco. E i costava… i riservád i costava da véss vint ghèi, vint ghèi, a crédi, or fülmin cinquanta ghèi e r'aeroplano, i diséve che l'éve püssé velòce, ma mí, segund mí, soméa püssé velòce or fülmin, u costava un franch.

E, cuma ch'a disi, qui de Canvé, quand i gh’éve pi® de dané, i pagava a füria de viscard. Dó viscard i gh’éve or sò fülmin, una viscarda i gh’éve tanti riservád, e vía. ? é, e baláum magari fin ara matín!

 

Allora erano in voga quei “riservati” lì e quelle cose lì. Per i “riservati” c'erano dei cartoncini, con scritti i numeri, dall'1 fino al 10. E dopo c'erano il “fulmine”, la “saetta”, l'“aeroplano” e l'“espresso”, ecco. E costavano… i “riservati” costavano forse 20 centesimi, 20 centesimi, credo, il “fulmine” 50 centesimi e l'“aeroplano”, dicevano che era più veloce, ma, secondo me, mi pare più veloce il “fulmine”, costava un franco.

E, come dico, quelli di Cademario, quando non avevano più denari, pagavano a furia di cesene. Con due cesene avevano il loro “fulmine”, con una cesena avevano tanti “riservati”, e così via. Eh eh, e ballavamo magari fino alla mattina!

 

I “riservati” mi sono stati documentati pure al di fuori del Malcantone, nel Mendrisiotto e in Capriasca, dove tra i tipi di balli si menzionano inoltre il “vulcano” e or strevacagèra, il rovesciaghiaia.

La terminologia relativa a questo modo di organizzare il ballo è essenzialmente di impronta italiana. Pensiamo ai nomi delle danze (“fulmine”, “saetta”, “aeroplano”, “espresso”, “vulcano”) e agli ordini gridati dal capofesta (“Alle mura!”, “Alle mura chi non balla!”, “Per uno e nessun sorte!”). Una terminologia di provenienza non dialettale, quindi, che ci induce a presumere che questa usanza sia stata importata da emigranti rientrati dall'Italia, tenendo conto che gli anni della sua maggior fortuna (1925-30) coincidono con un periodo d'intensa corrente migratoria dei Malcantonesi. Ma l'ipotesi andrebbe avvalorata sulla scorta di indagini più approfondite, da estendere anche all'area altoitaliana.